venerdì 4 luglio 2014

Recensione: Noi, ragazzi dello zoo di Berlino di Christiane F.


Titolo: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino
Titolo originale: Wir kinder vom Bahnohof zoo
Autore: Christiane F.
Edizione: Biblioteca Universale Rizzoli
Prezzo:  €  6,99
Trama: Berlino, anni Settanta, quartiere dormitorio di Gropiusstadt. Christiane F. ha dodici anni, un padre violento e una madre spesso fuori casa. Inizia a fumare hashish e a prendere Lsd, efedrina e mandrax. A quattordici anni per la prima volta si fa di eroina e comincia a prostituirsi. È l'inizio di una discesa nel gorgo della droga da cui risalirà faticosamente dopo due anni. La sua storia, raccontata ai due giornalisti del settimanale "Stern" Kai Hermann e Horst Rieck, è diventata un caso esemplare, una denuncia dell'indifferenza della nostra società verso un dramma sempre attuale. Una testimonianza cruda, la fotografia di un'epoca.



Ho sempre voluto leggere questo libro, ma per alcuni anni ho avuto paura che vi fossero descrizioni troppo forti per me, poi la pila di libri si è ingrossata ed è rimasto sepolto. L'ho riesumato da poco (non perché la pila sia diminuita, purtroppo) e mi sono decisa.
E sì, probabilmente, nell'adolescenza mi avrebbe impressionata. Per la verità lo ha fatto anche adesso, ma in maniera diversa. A 16-17 anni sicuramente avrei osservato di più la protagonista, Christiane, il modo in cui vive, il suo senso di vuoto e la sua solitudine. Da un lato avrei simpatizzato con il suo bisogno di appartenenza, dall'altro le avrei probabilmente dato della stupida per come si fa fregare dal 'tanto a me non succede'. Perché io ragionavo in maniera opposta. Non sono mai stata di quelle 'tanto io non prendo il vizio; tanto non mi faccio fregare', anzi, ero sicurissima che mi sarebbe bastato toccare una sigaretta per diventare una tabagista incallita, o vedere della droga per morire di overdose tre giorni dopo. Esagerata? Indubbiamente sì, ma sono tuttora ben felice di non aver mai provato né l'uno, né l'altro.
La storia di Christiane, vera, è identica a quella raccontata da tanti altri drogati o ex tali. Come ha iniziato, come ha proseguito, come si è ritrovata a non poterne uscire.
Perché i meccanismi sono quelli, i ragionamenti, i modi di vedere...
probabilmente fece scalpore perché all'epoca se ne parlava poco. Anche nel libro è sottolineata tutta l'impreparazione delle strutture scolastiche e sociali a simili problemi.
Non so se le cose oggi sono migliorate a livello di assistenza, ma il problema droga esiste ancora.
Oltre all'indifferenza e all'impreparazione, mi ha colpita molto anche l'età della protagonista e dei suoi amici. Nel mio immaginario (di adolescente e di adulta) i 'drogati' hanno dai 17- 18 anni in avanti, mentre lei inizia attorno ai tredici anni (non ricordo se qualche mese prima o qualche mese dopo averli compiuti). 13 anni. Se la memoria non m'inganna io avevo ancora le Barbie in giro a quell'età.
Nel libro stesso viene riportato che Babs, un'amica di Christiane, è la più giovane morta di eroina all'epoca: 14 anni.
Proprio mentre scrivevo queste parole seduta in terrazza, ho osservato la tredicenne che abita nel palazzo di fronte. Che a occhio, è uscita con la bici per andarsi a prendere il gelato al bar in fondo alla strada (300 metri). Ecco, non riesco a vedercela in quel libro. Non lei in quanto lei, ma lei in quanto ragazzina. Non riesco a vederci neanche i protagonisti stessi, in questo libro. Lo percepisco come qualcosa di profondamente sbagliato. Se non fosse una storia vera, criticherei l'autore per l'età scelta.
E questo è dovuto a ciò che mi ha sconvolta da adulta: l'incoscienza della madre.
Non sono tanto gli errori che fa nell'affrontare il problema droga: credere alle parole della figlia, pensare di poterla aiutare da sola, convincersi che basti allontanarla dai brutti giri. E' impreparata alla cosa e, come lei, anche la società che dovrebbe darle consigli.
Ma prima?
Non solo non coglie il disagio della figlia, ma come tutrice fallisce su tutti i fronti. In giro da sola, fuori la notte, nessun controllo, nessuna sicurezza.
Al concerto di David Bowie a 14 anni con un amichetto della stessa età. Da sola in pratica. A me manco a quello di Cristina D'Avena m'avrebbero lasciata andare da sola. Iper protetta? Forse, ma ringrazio di esserlo stata.
Ma poi... mi chiedo: non lo senti l'odore dei vestiti? Non la noti la faccia di tua figlia?
Ti viene da chiedere: ma almeno la guardi?
No. E' evidente di no. Poi cade dal pero quando scopre che ha l'epatite, si droga e fa marchette.
Probabilmente questo è un libro che andrebbe letto due volte: da adolescenti e da adulti, per poter riflettere da punti di vista diversi su aspetti diversi.
Forse mi è piaciuto poco lo stile, che al racconto alterna ogni tanto interviste alla madre o estratti dai verbali e dai colloqui. Non mi è piaciuto perché avviene in maniera troppo sporadica. Avrei preferito o un'impronta più documentaristica con molte più testimonianze esterne a Christiane, o una voce sola dall'inizio alla fine.
Resta comunque un appunto molto marginale.
Voto: 9/10


2 commenti:

  1. Non ricordo nemmeno quante volte ho visto il film e vorrei rivederlo! Il libro sicuramente lo leggerò prima o poi :D

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    1. Io non ho mai visto il film, ma credo che non sia stato facile da riportare. Il libro merita, soprattutto se sai già cosa contiene.

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