venerdì 21 marzo 2014

Recensione: Come sasso nella corrente di Mauro Corona


Raccolgo da un po' i libri di mauro Corona, che da un lato suscitano un certo fascino, dall'altro fin'ora non si sono fatti leggere, frenandomi con il loro lato più rude e spigoloso. Mi sono decisa e ciò che ho letto è stato in parte una conferma e una scoperta.


Titolo: Come sasso nella corrente
Autore: Mauro Corona
Edizione: Mondadori
Prezzo:  € 9,00
Trama: In una stanza immersa nella penombra un donna, giunta all'autunno della vita, si muove lentamente appoggiandosi a un bastone. Intorno a lei sculture di ogni tipo. La donna le sfiora e insegue il ricordo di un uomo. Un uomo schivo, selvatico, che però ha saputo rendere eterno nel legno il sentimento che li ha uniti. Ogni statua evoca un episodio della vita avventurosa che quell'uomo ha vissuto e amava condividere con lei, le difficoltà di un'infanzia di povertà e abbandoni, in cui la più grande gioia era stare con i fratelli e i nonni attorno al fuoco, la sera, imparando a intagliare legno, o sentire la vibrante intensità della natura durante una battuta di caccia. Ogni angolo arrotondato delle sculture fa affiorare in maniera dirompente l'orgoglio e la rabbia di quel giovane che, crescendo, aveva voglia di farcela da solo, cancellando le ombre del passato che lo tormentavano. Ma quei profili, quelle figure che ancora profumano di bosco, raccontano anche che l'amore può trovare pieno compimento solamente nella trasfigurazione, nel sogno, perché l'unica via per non rovinare quel sentimento vero e cristallino è allontanarlo dalle mani dell'uomo che, nella sua intrinseca incapacità di essere felice, finirebbe inevitabilmente per sprecarlo. Dai boschi che Mauro Corona ci ha insegnato ad ascoltare e ad amare si leva in questo romanzo una voce nuova, per molti versi inaspettata, a tratti dolente ma non perciò men energica.


<<Distribuire dolore gratis è la cosa peggiore che un essere umano possa fare>>


Quando ho aperto questo libro, non sapevo bene cosa aspettarmi, così ho preferito non aspettarmi niente e prendere ciò che veniva, conscia che non sarebbe stato un libro sereno positivo e distensivo.
Mauro Corona non fa preamboli e getta subito il lettore sulla montagna brulla, in compagnia di una vecchia, un nipotino e troppi ricordi.
Pochissime pagine prima di tornare indietro nel tempo, ad altri nipotini, ad altri nonni: vecchi, silenziosi, fuori tempo. A un padre violento, ad una madre andata. Proprio andata via. La storia è del più grande dei fratelli, seguito da una sorta di supervisore che non interviene mai e che non lesina sugli stati d'animo, sulle mancanze, sui silenzi che popolano la vita del bambino prima, dell'uomo poi.
Il racconto è, in generale, lineare, ma ci sono andate e ritorni lungo la linea del tempo.
La storia non è di quelle dolci, belle, buoniste e con tanto di lieto fine.
Forse non è neanche arrabbiata, sensazionalistica o accusatrice.
E' una storia, triste, certo, ma pur sempre una storia. Che mostra le defezioni affettive dell'animo umano e ciò che provocano. Che mostrano la difficoltà di relazionarsi, di comunicare, anche solo di parlare, inteso proprio come atto di far vibrare le corde vocali.
Memorabile la frase che ho riportato all'inizio. Che è anche un invito a riflettere su quanto dolore gratis elargiamo agli altri. Impossibile da contare, perché ci sono volte in cui non ci rendiamo neanche conto di farlo.
Il finale è struggente, adatto al racconto.

Personaggi: Difficile parlarne. Un bambino, poi divenuto uomo. Un bambino che avrebbe avuto bisogno esclusivamente di amore, come tutti i bambini. Che non ne ha avuto e questo ha segnato tutta la sua vita. Le sue difficoltà, il suo pensiero. Si può essere poveri e arrancare, ma la mancanza d'amore è la povertà più grande e irrisolvibile. Pochi gli altri personaggi, il protagonista non è tipo da relazioni e, ad un certo punto, si rifugia sulla sua montagna, come un eremita.
Unica presenza un po' più assidua, la vecchia di inizio libro, di cui non ci vengono dati molti indizi, ma che si rivela una presenza, silenziosa, importante.

Stile: Malinconico, crudo e molto poetico. Nonostante l'infelicità e la miseria descritta, non riuscivo a smettere di leggere, affascinata e incantata dalle sole parole che fluivano sotto i miei occhi. Le immagini, elaborate, ma appropriate, non smettevano di scorrere rendendomi partecipe della scena, ma, soprattutto, delle emozioni e dei sentimenti espressi. Un contrasto davvero singolare tra la superficie impassibile e muta dei personaggi e ciò che si agita sotto. Quasi del tutto assenti i dialoghi.

Giudizio finale complessivo: Non posso dire di averlo amato, io che sono per le storie felici e il lieto fine, eppure non ho potuto fare a meno di farmi colpire e coinvolgere da questo libro non molto lungo, ma intenso e denso di perle, di significati e sentimenti.
La trama è il racconto della vita. Non originale, non eccezionale, ma vera e, per questo, forse anche più dura da raccontare. perché non tutte le vite sono belle e vincenti.
Mi ha fatto riflettere tanto, soprattutto su di me, e di questo sarò sempre grata.
Voto: 8/10


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