giovedì 4 luglio 2013

Recensione: Il poeta di Michael Connelly

Eccomi con una recensione che ha dovuto attendere un po' prima di essere scritta.

Titolo: Il poeta
Autore: Michael Connelly
Edizione: Piemme
Prezzo: 12,00€
Trama:"La morte è il mio mestiere, ci guadagno da vivere, ci costruisco la mia reputazione professionale. Io tratto la morte con la passione e la precisione di un becchino...". Protagonista di questo thriller è un giornalista di Denver, specializzato nel raccontare storie a largo respiro: un killer uccide ragazzi in diverse città degli Stati Uniti. I poliziotti che indagano poco dopo si suicidano. Il fratello gemello di uno di questi non vuole ammettere che suo fratello si sia ucciso. Così, attraverso qualche indagine e facendo alcuni collegamenti, dimostra alla polizia che per la città si aggira un assassino abilissimo. Il killer è chiamato Il Poeta perché fa scrivere alle sue vittime uno o due versi di Edgar Allan Poe.

Ho una discreta collezione dei romanzi di Connelly, eppure ho letto pochissimo di lui. Così a inizio anno, ho deciso di mettere in elenco un paio di libri suoi, così, per iniziare. Qualcuno mi ha poi avvisato che questo titolo non è tra i migliori suoi, ma alla fine l'ho letto lo stesso e concordo con il mio 'suggeritore', non è tra i migliori che ho letto (in generale) però è abbastanza passabile.

L'idea di base mi è piaciuta: una serie di detective è stata trovata morta con una frase d'addio tratta dalle opere di Edgar Allan Poe. Tutti i detective stavano lavorando a dei casi riguardanti la sparizione e l'uccisione di un minore o persone che avevano a che fare con i minori.
La nota di Poe mi piaceva.
Mi è piaciuto meno lo 'svolgimento' di questo libro. L'ho trovato estremamente banale e pieno di stereotipi. Pur non riuscendo a capire chi fosse l'assassino, è stato facile intuire cosa sarebbe accaduto, chi sarebbe stato il finto sospettato, quali le storie dietro ai personaggi. Ci sono stati dei momenti in cui ho perfino pensato: ora accade questo. Cosa puntualmente avvenuta.
Le intuizioni di Jack sono un po' troppo intuitive. Vero che un poliziotto che si suicida non piace ai colleghi e quindi le indagini sono approssimative, ma quel particolare minimo, invisibile a cui lui pensa e tutti i poliziotti no... sembra improbabile. Stessa cosa per gli altri omicidi.
Il comportamento di Rachel inizialmente è piuttosto inverosimile. E' una professionista, è brava, mi è sembrato strano che ricorresse a certi mezzi.
Anche tutto l'accordo con l'F.B.I. sembra un po' forzato. Cioè non ci ho 'creduto', non mi è sembrata una cosa che potesse effettivamente accadere.
Altra cosa scontatissima è la relazione tra il protagonista e l'unica donna disponibile. Cosa che stavolta ho trovato abbastanza forzata. Non solo, sul finale ho avuto la netta sensazione che l'autore non sapesse che farsene di quella relazione e l'abbia risolta in un modo qualunque senza che ci fosse un piano dietro.
Il finale è stato abbastanza prevedibile, soprattutto in virtù del fatto che esiste un seguito.

Personaggi: Jack è il protagonista e svolge abbastanza bene il suo ruolo. Nonostante questo non l'ho particolarmente amato. Ho avuto l'impressione che si piangesse un po' troppo addosso e che puntasse un po' troppo i piedi stile bambino capriccioso. Ha delle intuizioni piuttosto argute, ma commette degli errori abbastanza banali. Probabilmente l'autore ha cercato di renderlo più umano senza riuscirci in pieno. Rachel mi è stata francamente antipatica fin dall'inizio e non si è riscattata alla fine. Arrogante, insensibile, furba e piuttosto manipolatrice. Interpreta il ruolo della donna forte, ma è anche un'ottima politica, dote che sfrutta con prepotenza anche a scapito del proprio lavoro. L'ex marito dice di lei: è bella come un quadro, ma dietro è come il deserto. Bè, per quanto anche lui non sia un campione di simpatia, gli ho dato ragione. Gordon (questo ex) è quello che mi ha convinta meno. Mantiene un comportamento regolare per quasi tutto il libro, salvo poco prima della sua ultima comparsa in cui cambia un po' atteggiamento senza che ce ne sia un palese motivo. Forse andava approfondito meglio. Gladden invece rimane viscido. Non mi piace come persona, ma come personaggio è forse quello meglio riuscito. Quanto meno si mantiene abbastanza coerente: maniaco, arrogante, intoccabile.

Stile: Tendenzialmente lineare e semplice. Connelly evita periodi troppo lunghi e non si addentra molto nella psicologia dei personaggi. Descrizioni buone senza cadere nella trappola del dettaglio eccessivo per suscitare emozioni. Registro medio con qualche parolaccia spesa qua e là per aggiungere realtà alla storia. Non si addentra troppo nei tecnicismi evitando di confondere il lettore e di spezzare troppo il momento.

Giudizio finale complessivo: Non male come thriller ma ho letto di meglio. Sicuramente leggerò il seguito ma giusto per vedere come va a finire e nella speranza di un'evoluzione dei personaggi (quelli che saranno ripresi nel secondo libro). Per quanto riguarda questo, pur avendo apprezzato alcuni elementi, non me ne sono piaciuti altri. Gli elementi negativi hanno anche ostacolato una piena immedesimazione nella storia e nei personaggi. Alla fin fine l'ho usato come libro da 'relax', da leggere in treno dopo una giornata di lavoro, tanto non richiedeva troppa concentrazione nè troppo coinvolgimento emotivo.
Voto: 7/10

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