lunedì 26 novembre 2012

Recensione: L'amante dell'Orsa Maggiore di Sergius Piasecki


Titolo: L'amante dell'orsa maggiore
Autore: Sergius Piasecki
Edizione: Oscar Mondadori
Prezzo: Tutti quelli trovati erano usati, non so il costo in libreria (Il mio è una vecchia edizione in prestito)
Trama: La vita di un gruppo di contrabbandieri nel periodo tra le due guerre al confine tra Polonia e ex URSS raccontata da uno di loro.

Devo ammettere che recensire questo libro non è stato facile. Anzi, decidere se farlo o meno non è stato facile. Il perchè è presto spiegato: me ne sono innamorata  e vorrei che tutti lo leggessero, contemporaneamente, oggettivamente, riconosco che non è un libro che possa piacere a tutti, anzi, probabilmente molti lo troverebbero noioso e pesante, quasi senza senso. Veder sminuire, o non apprezzare, qualcosa che si ama, non fa mai piacere.
Alla fine però ho preferito per il sì, cercando di illustrare cosa mi ha colpito di questo racconto.



Ho scoperto solo alla fine, cercando qualche notizia dell'autore, che è fortemente autobiografico. Piasecki, pur avendo scelto come protagonista Vladek, lo fa parlare in prima persona, e ciò che racconta è la sua vita e le sue sensazioni, in quanto egli stesso lavorò come contrabbandiere sul confine tra Polonia e stati URSS per i tre anni del racconto.
Il momento storico è quello tra le due guerre, nei primi anni venti, dove nell'ex Unione Sovietica già avvertivano la mancanza di beni e generi vari. Il libro inizia con la prima spedizione di Vladek in compagnia del suo primo gruppo di contrabbandieri. Il giovane è euforico, entusiasta, emozionato e lo seguiamo nel suo percorso di crescita sia come contrabbandiere che come persona. Attraverso i suoi occhi si conoscono le vite degli altri, il loro modo di vedere, di affrontare le cose. Contrabbandieri ma uomini d'onore, leali, sinceri tra di loro, solidali fino allo stremo.
Nell'entusiasmo iniziale il tutto sembra quasi un gioco, ma improvvisi arrivano anche i brutti momenti che portano il giovane, e il lettore, a capire che quel tipo di vita non è un gioco. E' pericolosa, crudele, talvolta efferata.
Eppure Vladek va avanti, crescendo, maturando, divenendo una persona completamente diversa da quella di inizio libro, eppure fedele a se stesso. E alla frontiera. Sopra di lui, eterna, l'Orsa Maggiore, che sembra guidare i suoi passi. Ho trovato in questo una profonda somiglianza con il capitano Achab di Mellville: sacrificare tutto per inseguire un sogno. 
L'ultima parte del libro è di una malinconia profonda ma dolce causando al contempo il desiderio di porre fine alla vicenda e la voglia di leggerla ancora a lungo.
Non parlo del finale, che comunque si mantiene in linea con il resto del libro.
Oltre alla malinconia, il tutto sembra pervaso da un profondo senso di libertà: dai legami, dal lavoro, perfino dal denaro, in quanto Vladek si arricchisce ma non sa che farsene di quei soldi, per lui conta solo al frontiera. Il punto però, è un altro: è davvero libertà? Io non l'ho percepita così. Il fatto che il protagonista sia 'libero' da legami e che niente lo leghi alla frontiera e a ciò che fa, non è che una visione parziale: non ha legami secondo canoni 'umani', ma i suoi ideali, il suo modo di vedere le cose e la vita, lo rendono comunque schiavo: schiavo di quella frontiera che sfida per tre anni. Facendogli pagare uno scotto alto senza che lui se ne renda conto.
Viceversa, questo legame da a Vladek ciò che cerca: felicità.

Personaggi: il libro è in prima persona e tutto è filtrato dagli occhi di Vladek, persona onesta, leale, abbastanza spericolata, ma non così tanto da essere irrazionale.  Eccezionali molti dei suoi compagni come Giuseppe Trofida, Sascka Veblin, Bolko Lord e il Topo. Ognuno di loro insegna qualcosa al giovane, non solo sulla frontiera, ma anche sulla vita e su come affrontarla. Sono uomini rudi e che risolvono le cose a modo loro eppure ci si ritrova a preferirli a molti altri protagonisti di altri libri. Marginali invece le figure femminili, spesso viste come piacevole diversivo, o come riposo, all'unico grande amore: la frontiera. Nessuna di loro brilla particolarmente e il lettore non è portato a fare il tifo in nessun caso: troppo lampante è il dettaglio che il protagonista appartiene alla sua vita di contrabbandiere e non c'è spazio per altro. 

La stile è profondamente poetico e malinconico, denotando quanto l'autore amasse quel momento e cosa provasse. La componente autobiografica è di forte aiuto e di grande impatto, valorizzando una narrazione che in caso contrario, forse non si sarebbe distinta da tanti altri racconti similari, ambientati nello stesso momento storico e in luoghi limitrofi. Linguaggio un po' vecchio, ma ho apprezzato infinitamente la scelta di non 'aggiornarlo'.

Giudizio finale complessivo: Come già detto all'inizio questo è un libro che piace o non piace. Io l'ho amato nella sua sostanza senza riuscire a trovargli difetti a meno di non volerlo alienare da se stesso cercando di fare confronti che non avrebbero ragione d'essere. Consigliato? Non saprei, dovete amare la malinconia, e la sua poesia. Se apprezzate Cesare Pavese forse amerete anche questo racconto: Vladek non è che un Dino all'ennesima potenza.
Voto: 9/10


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