lunedì 20 febbraio 2017

Recensione: Il commissario Bordelli di Marco Vichi

Buongiorno!
Stamattina è tornato il sole, il mio pc e anche un po' di buonumore. Quindi oggi due recensioni di fila ^_^


Titolo: Il commissario Bordelli
Autore: Marco Vichi
Edizione: Guanda
Prezzo: 8,50 €
Trama: La citta, deserta per le vacanze, è assediata dal caldo e dalle zanzare. Il commissario Bordelli passa le sue notti a rigirarsi nelle lenzuola, incapace di prender sonno, dopo giornate di banale routine estiva sbrigata da quei pochi rimasti in Commissariato, come il poliziotto Mugnai e il nuovo arrivato Piras. Durante una di quelle lunghe notti insonni, Bordelli riceve una telefonata che gli annuncia una morte misteriosa: sul luogo del delitto, una villa del Settecento, giace il corpo senza vita di un'anziana signora; accanto al suo letto, un bicchiere con tracce di un medicinale per l'asma e sul comodino, riposto con cura e perfettamente chiuso, il flacone di quel medicinale. Difficile pensare a un attacco improvviso della malattia, come spiega il fidato anatomopatologo Diotivede, collaboratore e amico di vecchia data del commissario. Bordelli inizia le sue indagini, partendo proprio dai singolari personaggi che frequentavano abitualmente la villa: l'anziana governante; i nipoti Giulio e Anselmo; Dante, lo stravagante fratello della vittima. Ma ognuno di questi ha un alibi inattaccabile. O almeno cosi sembra, fino a quando il commissario Bordelli non decide di tornare sul luogo del delitto.


Voto: (2,5/5) 5/10
Mi ritrovo a scrivere questa recensione con la stessa perplessità che nutrivo mentre leggevo il romanzo. Non che possa dire che sia un pessimo libro, tuttavia non mi ha neppure coinvolta né soddisfatta.
Siamo a Firenze, anni '60. A seguito di una segnalazione, il commissario Bordelli si reca nella villa di una ricca donna anziana trovandola, ahimè, deceduta. Anche se, ad una prima occhiata, tutto fa supporre una morte naturale, il nostro commissario annusa l'omicidio. Peccato che tutto il suo acume si fermi a quella deduzione. Dal ritrovamento della povera signora Pedretti Strassen (fatto che accade nelle prime pagine) a quando inchioda i colpevoli dell'omicidio (fatto che accade nelle ultime pagine), Bordelli si dedica: al cugino con cui non va d'accordo ma a cui continua a fare visita, un precisino suo coetaneo a cui la vita improvvisamente sorride e il lettore deve essere partecipe di questo cambiamento (che non ha niente a che vedere con le indagini); si ricorda di annaffiare le piante di una sua cara amica prostituta, in vacanza  (che non ha niente a che vedere con le indagini); si sforza invano di smettere di fumare (è un susseguirsi di "ne fumo solo 3" ma poi ne fuma 10); organizza un pranzo con Diotivede  (che cognome inquietante!), un gruppo di delinquentelli dall'animo nobile che Bordelli ha preso sotto la sua ala protettrice, il fratello della povera Pedretti Strassen (che definire strambo è un eufemismo, ma a Bordelli piace e siccome il pranzo è suo, invita chi gli garba!), un altro personaggio che ho trovato così insensato che neanche ne ricordo il nome e il collega Piras. Pranzo ricco di racconti, per lo più nostalgici, ma che non ha niente a che vedere con le indagini, se non per il dettaglio della lettura del testamento di cui racconta Dante, il fratello della compianta Pedretti Strassen.
Ora, se escludiamo gli innumerevoli flashback sul passato da partigiano e sulle prime (e parecchio precoci) avventure amorose di Bordelli, le indagini impegnano sì e no venti pagine. E forse è questo che mi è piaciuto meno di tutto il romanzo: la superficialità con cui viene affrontato e risolto il caso, nonché la quasi totale mancanza di intrigo. Come se l'omicidio fosse qualcosa di poco importante, qualcosa che avviene sullo sfondo, ma gli altri elementi non risultano così accattivanti da compensare.
Vogliamo parlare dei colpevoli? I colpevoli sono la cosa più scontata. Sono loro. Non ci sono altri sospettati. Resta solo da scoprire come hanno architettato l'omicidio e da smontare l'alibi. E non ci sono grosse sorprese neppure in questo caso. Giusto a conferma di quanto questo romanzo manchi di suspanse e di tutti gli elementi che io ritengo siano indispensabili in un libro giallo.
Peccato perché le potenzialità c'erano. Marco Vichi ha uno stile piacevole, che permette una lettura scorrevole. I personaggi, per quanto siano tutti un po' eccentrici, sono ben caratterizzati ed emergono bene. Bordelli è malinconico e nostalgico. E' un poliziotto buono, di quelli che agiscono secondo coscienza propria, anche a  costo di ignorare le regole imposte dalla legge, qualora non ritenga che vi sia giustizia.
Diotivede è un settantenne pimpante, quanto burbero, anatomopatologo con la risposta sempre pronta. Piras è il nuovo arrivato, un poliziotto sardo che si mostra subito molto acuto e che diventa la spalla di Bordelli, e non solo perché è il figlio di un compagno d'armi del commissario.
I siparietti tra Bordelli e i vari personaggi, spesso anche parentesi che si aprono e chiudono in mezza pagina, il cui scopo è solo quello di infarcire il romanzo, sono pure piacevoli, così come i flashback che aiutano a capire bene la personalità di Bordelli, ma avrei comunque preferito sentirmi più coinvolta nelle indagini. Avrei gradito che quell'aspetto fosse trattato con più attenzione.
Su Bordelli è stata scritta una serie e, chissà, magari darò un'altra possibilità a questo commissario.


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